Ultima modifica: 10 settembre 2018

La scuola insegni quanta vita c’è nei libri

Uno dei pregiudizi da sfatare, ora che si torna sui banchi, è che romanzi e saggi non abbiano a che fare con la realtà. E che non aiutino a comprenderla. Articolo su Repubblica di Massimo Recalcati

La scuola insegni quanta vita c’è nei libri

Uno dei pregiudizi da sfatare, ora che si torna sui banchi, è che romanzi e saggi non abbiano a che fare con la realtà. E che non aiutino a comprenderla

di Massimo Recalcati

Andare a scuola significa incontrare l’universo dei libri. L’inizio di ogni anno scolastico è segnato, non a caso, dal loro acquisto. Ancora oggi, come un tempo, i nostri figli vanno a scuola con lo zaino pesante, ricolmo di libri. Ma l’esperienza, come alcuni dicono, non vale forse sempre più di ogni libro? Non dovremmo pensare che sia la vita la vera Scuola e la Scuola solo una pallida ombra della vita?

Contro questa demagogia viscerale bisognerebbe sempre essere allertati. Dovremmo insistere nel rovesciare la sua facile retorica. Dovremmo insistere nel ricordare che la lettura dei libri rende innanzitutto possibile la lettura stessa della nostra esperienza del mondo. In questo senso Ludwig Wittgenstein ricordava giustamente che i confini del mio linguaggio determinano i confini del mio mondo. Il che significa che tanto più si arricchisce il mio linguaggio, tanto più aumenta la mia possibilità di fare esperienza del mondo. È dunque una fantasia triviale pensare che il libro sia in opposizione alla vita. Sartre ne Le parole confessa che, come il suo Flaubert, scrivere ha significato per lui, almeno sino ad un certo momento della sua vita, appropriarsi delle cose, trasfigurare la molteplicità illimitata del mondo in un piccolo e sterile “erbario”. In questo caso il libro non trasmette più il valore di un’esperienza, ma pretende di sostituire l’esperienza. È quello di cui spesso si lamentano i nostri figli. E come dare loro torto? Non è forse meglio vivere che leggere? Non è forse meglio la vita della Scuola?

Ma non è proprio qui che si gioca una delle funzioni capitali della Scuola? Presidiare il nesso che lega il libro alla vita; mostrare che la lettura del libro non chiude, ma apre la vita. L’acquisto di un libro implica sempre un guadagno smisurato. Con nessuna altra merce il rapporto tra il dare e l’avere appare così sbilanciato. Quanto può valere la lettura dell’Odissea di Omero, del Sergente nella neve di Rigoni Stern o dell’Interpretazione dei sogni di Freud? Questo supplemento di valore appartiene ad ogni libro degno di questo nome. Può forse essere paragonato solo a quello che i nostri figli ricevono quando fanno l’incontro con un insegnante che risulta determinante nella loro formazione. Un libro e un maestro; quanto possono valere?

Andare verso la Scuola è come andare verso un libro che può rivelarsi come un’avventura capace di interrompere il nostro rapporto conformistico con il mondo, capace di mostrarci un’altra faccia – prima invisibile – del mondo. I libri che si incontrano a Scuola spalancano la vita al di là della Scuola. È un movimento delicato, a doppio scatto, di cui gli insegnanti sono responsabili. Le formule matematiche, i principi della fisica, le combinazioni della chimica, la conformazione dei territori o delle lingue, le immagini dell’arte o le vicende dei popoli sono saperi che devono servire alla vita e non asservirla. Non tutti i libri, ovviamente, provocano lo stesso entusiasmo. Ma l’incontro con un libro è tale solo quando il libro diventa un oggetto capace di causare nel suo lettore un nuovo desiderio di sapere. Quando accade?

Quando ci si sente presi dal libro, quando il libro ci consente di fare esperienza di una parte profonda di noi stessi, quando risveglia in noi una eco lontana, quando ci parla. La forza misteriosa del libro coincide con la forza misteriosa del desiderio. Per questo alcuni libri restano nel loro scaffale o nel loro zaino come pesi morti, mentre altri invece, come Lazzaro, si alzano e camminano. Ogni libro è fatto di parole, ma le parole sono anche la materia prima di cui noi siamo fatti. Per questo la letteratura, più di ogni altra pratica, rende l’incontro con un libro indimenticabile.

La verità che ci concerne, come insegna forse per primo Agostino nelle Confessioni, non può mai essere accostata se non da un movimento di ripiegamento su noi stessi. Non c’è esperienza possibile della verità se non a partire dal suo darsi in un incontro, in un evento che ci tocca intimamente. Per questo la Scuola non è solo il luogo dove si leggono e si studiano dei libri, ma dove il libro assume il valore di un incontro, di un oggetto che può causare il desiderio. Essa è buona Scuola solo quando è anti-scolastica. Il sapere che diventa scolastico è infatti un sapere morto, privo di desiderio, chiuso all’incontro. Il compito degli insegnanti è quello di tutelare la forza formatrice del libro. Per questo in tutti i regimi dittatoriali la Scuola viene impostata sul modello dell’esercito. Ogni forma di dittatura è, infatti, nemica dell’apertura sovversiva del libro. La Scuola dovrebbe essere un antidoto laico nei confronti di ogni scolastica, il che significa non fare mai del libro la foglia morta di un erbario impolverato, ma insistere sulla somiglianza profonda che lega il libro al mondo.