Ultima modifica: 5 settembre 2018

Il mondo: lo salveranno ancora i ragazzini

Benedetta Tobagi incontra il maestro Franco Lorenzoni. La sua lettera: Cari insegnanti, ripensiamo il nostro ruolo per costruire il dialogo

Lettera del maestro Franco Lorenzoni: Cari insegnanti, ripensiamo il nostro ruolo per costruire il dialogo

  1. Il mondo? Lo salveranno ancora i ragazzini

Incontro con il maestro Franco Lorenzoni, che porta avanti in Umbria il suo centro di formazione, punto di riferimento per docenti e bambini. Perché la scuola è il luogo dove fondare la società aperta di domani.

di Benedetta Tobagi

“La situazione presente è grave. Mi piaceva tanto lo slogan di Radio Alice nel ’77, ‘Notizie false che producono eventi veri’. A ripensarci oggi, al tempo delle fake news, fa rabbrividire”, dice Franco Lorenzoni, maestro, educatore, formatore, noto al grande pubblico per il bellissimo memoir pedagogico I bambini pensano grande. Cronaca di un’avventura pedagogica. Si arrovella, Franco, sulla “crisi di umanità” che stiamo vivendo, insieme agli altri membri del Movimento di cooperazione educativa (Mce), fondato nel dopoguerra da figure leggendarie come Mario Lodi, ispirandosi alla pedagogia di Freinet, per una scuola capace di educare alla libertà e alla democrazia. Per questo l’ho raggiunto tra i boschi dell’Umbria alla casa-laboratorio di Cenci, centro di formazione accreditato e punto di riferimento per molti insegnanti di tutta Italia, che ha fondato nel 1980 e coordina con la compagna Roberta Passoni, pure maestra, e altri colleghi. Porto un bagaglio di domande assillanti: cosa può fare la scuola contro il razzismo, la rabbia, l’indifferenza ai dati di fatto? Come svelenire il clima e gettare le basi per un futuro diverso? In una parola: quale educazione per i tempi bui?

La prima suggestione arriva dai “cantieri” educativi annuali del Mce svoltisi in luglio a Foligno, tema: le metamorfosi. Oltre l’ottimismo retorico del binomio crisi-opportunità, partendo dai racconti inquietanti della mitologia greca si è riflettuto su quanto il cambiamento faccia paura e non sia facile da gestire. Il cammino continua a casa Cenci, dove arrivo nel mezzo del “villaggio educativo” estivo per bambini e ragazzi, tutti insieme, dalle primarie all’università.
“La mescolanza – di età, condizioni sociali, provenienze, linguaggi – è la cosa più interessante.

Apre la testa”, mi spiega Franco Lorenzoni. Penso al saggio di Gardner, teorico delle intelligenze multiple, Aprire le menti. Ma come si fa? “Un grimaldello sono i racconti”, Lorenzoni parla veloce, con passione, per comunicarmi la sua visione: “moltiplicare le storie, contro la fissità dei pensieri, che uccide”. L’ispirazione viene da Le mille e una notte: Sheherazade si salva dalla furia omicida del califfo con una narrazione che lo avvince a tal punto da distoglierlo dai suoi propositi. Attenzione però: il destinatario delle storie era la sorella, “il califfo origlia”, precisa Franco: “il potere delle storie opera spesso in modo indiretto, per raggiungere chi, imprigionato nella sua ossessione, non ascolterebbe”. Prendere nota, contro le frustrazioni del dibattito sui social.

“Ogni storia contiene altre storie”, continua, “ha diverse letture”. “Se ci fanno ascoltare sempre la stessa storia ci irrigidiamo. Se ne ascoltiamo tante, possiamo cambiare”, aggiunge Roberta. La vedo all’opera con bimbi e ragazzi che sono invitati a spiegare quale, tra le molte storie ascoltate, li abbia “mossi” di più, quali possano generare trasformazioni. Tre bambini scelgono un racconto dalle Metamorfosi di Ovidio, la ninfa Callisto mutata in orsa da Giunone dopo la violenza di Giove: “uno arrabbiato vuole sfogarsi, anche contro un innocente”, dice la prima; “la ninfa tace perché si sente in colpa, anche se non lo è”, aggiunge un’altra, “non bisogna aver paura di denunciare i soprusi”, “devo conoscere bene una situazione per sapere a chi dare la colpa”, conclude un terzo. Affascinante.

Torno al tema cruciale della dilagante indifferenza verso la verità. Come contrastarla? “È cruciale pensare alla scuola come un posto dove si crea cultura”, esordisce Franco. “Non ci sono risposte pronte. Bisogna cercarle, imparare a osservare, a formulare domande”. Roberta racconta che con la sua classe sono entrati in corrispondenza con uno scienziato “e questo sviluppa competenze, capacità di elaborazione”. “Intorno alla domanda “Perché le persone migrano?” abbiamo ricercato per un anno – riprende Franco – partendo dalla matematica, perché una bambina ha detto una cosa importante: “per risolvere un problema ci vogliono di dati!” e non è banale per niente. Ormai, chi lo fa? Abbiamo costruito una mostra piena di dati. Poi le interpretazioni possono essere tante. Ma la scuola deve fare questo, arricchire il discorso, ingaggiare un corpo a corpo vitale con gli oggetti di conoscenza, coltivare una tensione verso la verità. È essenziale imparare a sostare a lungo, insieme, al bordo di una domanda, nell’incertezza”. Senza paura. Insegnare, insomma, a convivere con l’incubo del nostro tempo, ossessionato dal controllo, dalla fame di risposte facili e stampelle identitarie fasulle. “Accettiamo di non sapere cosa accadrà al mondo e ci prepariamo. Oggi i bambini sono al centro dell’ansia, non dell’ascolto. Sentono, e patiscono, il pessimismo che li circonda. Ma è un’ottica solo europea”, Franco si accalora, “gli indicatori dicono che nel mondo si sta meglio di 30 anni fa. La scuola dev’essere il luogo dello spostamento, da dove nasci al mondo”.

Roberta – contrappeso concreto ai “voli” del compagno – ricorda che la scuola deve saper ascoltare tutti, accogliendo anche le paure: “ho avuto in classe dei bambini con gravi difficoltà, abbiamo ascoltato i genitori dei compagni, spaventati, spiegando come gestivamo la situazione. Non devi mai dire in astratto “si fa così, bisogna accogliere tutti”, ignorando dubbi e timori”. Penso che molti sindaci dovrebbero ispirarsi a quest’approccio per gestire la paura degli immigrati.
La scuola può, e deve, avere un ruolo politico, “non in modo ideologico, che irrigidisce tutti, ma utilizzando al meglio i propri strumenti: ricerca, conoscenza degli oggetti culturali, tanta storia e dati concreti, per contribuire a formare una coscienza, un’etica”, concludono. Per questo, l’Mce sta lanciando una serie di iniziative a partire dai 70 anni della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, perché sia studiata in tutte le scuole “non come progetto extra, ma innervando la didattica di quei principi, per leggere il presente con occhi diversi”. È difficile, ma non bisogna farsi travolgere dall’esterno. “La scuola è diacronica. Deve indagare il passato e immaginare il futuro, libera dal proprio tempo”, conclude Franco, “ci andiamo proprio per non restare incastrati nel presente!”.
Quando riparto sento più aria nei polmoni, non solo per effetto dei boschi. L’impegno educativo è disseminazione, non semplice testimonianza. C’è speranza se questo accade al Vho, il paesino dove insegnava, scrisse Mario Lodi. “Chi educa non può non avere speranza. E c’è molto lavoro da fare”.